Perché il 28 aprile ce ne andiamo a Roma, bici al seguito? Cosa ci andiamo a fare, da un’isolata cittadina di provincia, cercando di arrivare alla prima stazione utile a 15 km di distanza, per salire su un treno all’alba?

Andiamo perché c’è voglia di ritrovarsi, di incontrare dal vivo le tante persone incrociate in questi anni scambiandosi consigli, informazioni, suggerimenti. Perché Roma in mezzo a un fiume di bici è splendida, noi l’abbiamo già sperimentato ma nostra figlia no, e glielo dobbiamo.

Perché è sabato, è fine aprile, c’è il ponte e di lì a due giorni c’è pure la luna piena. Perché è Roma. Come ti giri strabuzzi gli occhi e ti casca la bazza in terra. Ma davvero vi serve un altro motivo? Un’occasione migliore di questa? Certo, tutti i motivi sopra sarebbero sufficienti per andare. Ma in buona sostanza ce ne andiamo a Roma il 28 aprile proprio perché viviamo in un’isolata cittadina di provincia, di quelle che restano al palo mentre il mondo si evolve. E dopo che abbiamo lavorato per smuoverla, con tutti i nostri limiti, e ci siamo visti rimbalzare su un muro di gomma, siamo convinti che possa servire alzare il tiro.

Senza perdere di vista le nostre necessità quotidiane, premere forte e premere in tanti, su chiunque si ritroverà – dopo queste sciagurate elezioni – a poter incidere davvero su tutto il paese. Perché metta con le spalle al muro tutti gli ominicchi che si oppongono ostinatamente a un cambiamento, appigliandosi ai cavilli del “da noi non si può fare”. Perché li costringa a riconoscere i diritti dei più deboli, a tutelarli anche a costo di sacrificare lo status quo. Perché metta tutti i piccoli, isolati amministratori di provincia che davvero hanno la lungimiranza per immaginare un futuro migliore nelle condizioni di portare il Paese, ma anche il paesello, al passo coi tempi. Senza che l’ultimo dei pavidi possa mettere l’ennesimo veto sull’ennesimo piccolo intervento risolutivo solo perché non riesce a immaginare niente di diverso da quel che ha già visto, o senza che l’ultimo dei rancorosi possa accollare alle persone più deboli la responsabilità di quel che accade loro sulle strade della città.

Per questo servono leggi che non siano ferme agli anni Sessanta, serve un codice della strada all’avanguardia, che miri a diventare un faro per il resto dell’Europa e non il solito fanalino di coda. Serve volontà politica, ma per averle quel che serve c’è bisogno di consapevolezza da parte di noi piccoli pedalatori di provincia, per far vedere che ci siamo, che siamo vivi, e che siamo tanti. Ecco perché andiamo a Roma il 28 aprile. Siamo un banale impiegato, un’educatrice e una bimba di sei anni che ci piacerebbe potesse arrivare a fine scuola spostandosi in autonomia, e invece ancora no. In compagnia di due bici. Di chiunque vorrà accompagnarci. E della consapevolezza che se vogliamo un futuro fatto di spazi vitali e di persone, bisogna provare ad incontrarsi con le persone e riprendersi quegli spazi

 

Marco Melilllo

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